giovedì 29 marzo 2007
STELLA STELLINA
¨ "Single senza pace" di India Knight (Universale Economica Feltrinelli, 2005)
Io l'ho letto perché… avevo letteralmente divorato il primo romanzo di questa stessa autrice, "La mia vita su un piatto" (ne trovate una mia recensione qui). Ero curiosa. Mi erano piaciuti il tocco british, la deliziosa ironia, il sapore speziato e il retrogusto piccantino. E India Knight ha confermato le mie aspettative. "Single senza pace" è un libro piacevole e stuzzicante. Un ottimo esempio di chick-lit all'inglese, che non fa economia di colpi bassi e risate a denti stretti.
Voi leggetelo perché… la protagonista, Stella, è irresistibile. Fin dalla sua autopresentazione: "Mi chiamo, come avrete notato, Stella. In realtà, sarebbe Estelle, ma mi sono inglesizzata il nome già un po' di anni fa. Sono parzialmente inglese da parte di madre. Mio padre è francese (e, ritengo, probabilmente gay, benché non possa dirlo con certezza; certamente è l'uomo più camp sulla faccia della Terra, come vedrete). Sono cresciuta a Parigi, parlando francese, benché mammina, essendo una di quelle donne inglesi fortissimamente snob capaci di vivere vent'anni in un paese straniero evitando deliberatamente di padroneggiare l'ABC della lingua locale, in casa parlasse esclusivamente inglese".
Oppure NON leggetelo, ma solo E SOLTANTO nel caso in cui… non siate patiti di chick-lit. E magari vi infastidisca la concreta possibilità di intuire come si concluderà il libro più o meno a pagina 13. Ecco, allora lasciate stare. Perché ci si diverte, si sorride tantissimo e spesso si sghignazza senza pudore, ma non ci sono grossi colpi di scena.
Poche righe di trama… Stella ha 38 anni, un ex marito (Rupert), un ex compagno (Dominic) dal quale ha avuto una bambina (Honey), una bellissima casa nel quartiere londinese di Primrose Hill e un coinquilino dongiovanni (Frank). Si trova ad un punto nella vita in cui non sa se rinunciare per sempre all'amore, oppure trovare il coraggio di rimettersi in gioco. Nonostante la scarsità di pretendenti… che si riducono a un chirurgo plastico sessantenne che a letto ruggisce, un dj quarantenne che si atteggia ad adolescente e parla come un rapper, ed un inquietante vicino di casa, con moglie e figli, che le fa proposte indecenti.
In conclusione… India Knight non delude. Sa come creare personaggi palpabili e amichevoli. Sa come raccontare i ghirigori della vita moderna. Sa come dissacrare luoghi comuni e leggende metropolitane. Si attiene alle regole della chick-lit, ma lo fa con uno stile irresistibilmente inglese. Il risultato è un romanzo che si legge in un attimo, che appassiona e che intriga. Un racconto forse prevedibile, ma tuttavia cosparso a piene mani di dettagli piccanti, di humour e di sarcasmo. E quest'ultimo non concede sconti a nessuno: amiche, bambini, arredamento d'interni, musica, educazione infantile, arte contemporanea, moda e ovviamente uomini. "Adesso ne ho proprio abbastanza di questo tizio. Però, stranamente, non riesco a incazzarmi con Tim, né a sentirmi ampiamente offesa, come l'occasione vorrebbe. C'è qualcosa in lui che mi fa scattare un istinto protettivo: è un uomo così penoso, e strano, e così regressivamente inglese. È ben più che goffo. È socialmente storpio. Ritiene che tu richieda del sesso al tuo vicino di casa semplicemente perché sei straniera e quindi, per qualche assurda ragione, non vale. Intona yodel. Indossa pantaloni bislarghi e fa le voci strane; probabilmente va al bar, prende 'il solito' e chiama il barista 'capo'. Sospetto inoltre che odi le donne, e che intrattenga robuste relazioni soperchiamente macho con i suoi amici uomini, con i quali gioca a strapparsi di dosso gli asciugamani copri-sedere dopo la partita settimanale di squash".
Può bastare?
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martedì 27 marzo 2007
4OCCHI
Mi serviva un cambio di look. Mi serviva una svolta. Mi serviva un modo per passare indenne la primavera. Mi serviva... qualcosa.E quale modo migliore di un paio di occhiali fuori dell'ordinario?!
Esterno rosa caramella, interno rosa confetto, stelline intarsiate e crazy british touch...
domenica 25 marzo 2007
MILANO
L'amore, come la ginestra di Leopardi, attecchisce dappertutto. Anche a Milano- Milano non è Milano, Aldo Nove -
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venerdì 23 marzo 2007
DOPPIO GIOCO
La porta si apre e io cerco istintivamente una via di fuga. Che non esiste.
"Ciao"
"Ciao" rispondo, come se quella semplice formalità mi spiazzasse.
Giulio si toglie la cravatta con un movimento innaturale, melodrammatico. La lancia su una sedia, ma manca il bersaglio. La sottile striscia di seta rosa scivola giù dallo schienale, con l'eleganza di un serpente. Nessuno dei due fa il cenno di raccoglierla.
La giacca finisce accartocciata sul divano, accanto a me. Come una pelle di ricambio, ormai rinsecchita ed inutile. Morta.
Io fingo di leggere. Ma le parole del romanzo sono solo sequenze di lettere senza significato. Senza suono. Giulio traffica alle mie spalle. Il nostro appartamento sembra più piccolo del solito. Quasi saturo di noi due.
"Ho pranzato con Luigi, oggi" mi comunica, mentre lo vedo riapparire. La sua camicia è sbottonata e fuori dai pantaloni. Sta bevendo a canna da una bottiglia d'acqua. Speravo volesse girare un po' intorno al discorso, invece…
"Davvero?" dico con voce disinteressata. Non lo guardo. Fisso un punto sulla pagina. Potrebbe trattarsi di una effe. La fisso da talmente tanto tempo che gli occhi mi bruciano.
"Sì, mi ha chiamato stamattina in ufficio" spiega, fornendomi dettagli non richiesti. "Mi ha detto che aveva bisogno di parlarmi…"
"Hm, hm" borbotto. Sono lieta di sapere che il bastardo non si è smentito. Il piano diabolico di Luigi prevedeva di parlare al suo amico… e a quanto pare l'ha fatto. Ma anch'io ho una mia strategia: continuare a leggere e fingere indifferenza. Qualunque cosa dica questo romanzo. Qualunque cosa dica Giulio.
"Ci siamo visti alle Colonne" prosegue. Quasi mi importasse dove hanno pranzato. "Per poco non lo riconoscevo… lo sapevi che si era tagliato a capelli?"
"No" rispondo secca. Crede davvero che io possa cadere in un trabocchetto tanto evidente? "Come potrei saperlo?" chiedo, sollevando per la prima volta lo sguardo dal libro. Come se mi costasse un enorme sforzo. Come se la considerassi una scocciatura.
"Mi ha detto che vi siete visti, in questi giorni" butta lì Giulio, con studiata sbadataggine.
"Ah sì?". In qualche modo la mia voce non vacilla, ma non riesco a trattenere l'espressione di disappunto che mi si impossessa del viso. Luigi. Il bastardo l'ha fatto davvero. Si è scaricato la coscienza. Si è sganciato dal nostro patto. Nessuno deve farsi male. Nessuno deve soffrire. Si era detto così, all'inizio di questa faccenda tra noi due.
"Sì… mi ha raccontato tutto…" prosegue Giulio. La calma con cui proferisce queste poche parole è irritante. Come fa a trattenersi? Come riesce a non alzare la voce? Com'è possibile che la situazione non lo faccia surriscaldare? Si aspetta forse che sia io a servirgli la mia testa su un piatto? Non credo proprio.
"Ah sì?" ripeto. Le mie priorità sono cambiate. Se prima io e Luigi ci dovevamo coprire a vicenda. Adesso che lui ha parlato… ognuno pensa a sé stesso. E io non ho intenzione di ammettere alcunché. Almeno finché riuscirò ad evitarlo.
"Sì" dice lui. E non aggiunge altro.
Ci guardiamo negli occhi. Io mi sforzo di sostenere il suo sguardo. E non vorrei sbagliare, ma intravedo un ghigno che gli contorce la bocca. Un ghigno? Cosa ci fa un ghigno sulla faccia di Giulio? Lo trova divertente?
"Lo trovi divertente?" sbotto, incapace di trattenermi.
"Molto" risponde lui. E poi si mette a sghignazzare. Come un ragazzino a cui hanno raccontato una barzelletta sconcia. Che non l'ha capita, ma che non vuole ammetterlo.
Io chiudo di botto il libro. Mi alzo di scatto dal divano e faccio per allontanarmi. Ancora indecisa tra un feroce risentimento verso Luigi e un furore imbarazzato verso Giulio.
"Non te la prendere!" mi urla alle spalle. "Ti prometto che farò finta di non sapere niente!"
"Che cosa?" grido, tornando sui miei passi. Non credo alle mie orecchie. Possibile che non mostri nemmeno un briciolo di… gelosia?
"Ma sì!" ribadisce, ancora in preda a sussulti scompisciati. "Luigi non voleva dirmelo… però io ho insistito… e alla fine è venuta fuori tutta la storia…"
Le mie guance avvampano, i pugni si serrano. Sono indignata e offesa. Tenui sensi di colpa hanno lasciato il posto a una furia cieca.
"…davvero… non te la prendere… sai che Luigi non sa tenere i segreti…" prosegue, apparentemente ignorando gli sbuffi di fumo che mi escono dalle orecchie.
"Ma…" balbetto senza riuscire a comporre una frase. Ho le idee offuscate. Il mio svago estemporaneo si è tramutato in un incubo.
"…te lo prometto…" dice Giulio. Nel frattempo mi raggiunge e mi abbraccia. Ma perchè mi sta abbracciando, dopo quello che ha saputo? "…te lo giuro… farò finta di non sapere niente della festa a sorpresa… avrò una perfetta espressione di meraviglia…"
Ed è a quel punto che Giulio mi bacia. Perché crede che io gli stia organizzando una festa di compleanno a sorpresa. Certo. Contraccambio il suo bacio e all'improvviso mi sento calma.
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lunedì 19 marzo 2007
SCENDE LA PIOGGIA
domenica 18 marzo 2007
NORD-OVEST
Per gli esperti dell'FBI che studiano i serial killer, il Pacific Northwest degli Stati Uniti è il 'mattatoio d'America', perché la gente che ci abita è cordiale e si fida degli altri. C'è sempre un bosco nelle vicinanze. Piove molto, e la roba marcisce in fretta- Portland souvenir, Chuck Palahniuk -
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giovedì 15 marzo 2007
COSA C'E' NEL PALLIDO?
¨ "Il gioco delle lingue" di Will Christopher Baer (Marsilio, 2006)
Io l'ho letto perché… mi era piaciuto all'inverosimile il primo libro di questo stesso autore ("Baciami, Giuda"). E mi sono incuriosita ancora di più quando ho scoperto che "Il gioco delle lingue" è il secondo tassello di una trilogia (completata da "Hell's half acre", non ancora tradotto in italiano). Non ho resistito: tutti sanno che io adoro le trilogie!
Voi NON leggetelo perché… è un libro delirante e insensato. Potreste tranquillamente imbattervi in frasi del genere: "È facile. Te ne vai un centinaio di anni in avanti, un migliaio di anni indietro. Costruisci un mondo in cui l'apocalisse non sia riuscita a manifestarsi. Un purgatorio urbano. Il sole è uno scherzo, un cattivo ricordo. Il mondo è buio e bagnato e in attesa di essere scopato". Io ho impiegato mesi a finirlo! E più proseguivo e più mi sembrava interminabile. Ma purtroppo ho questo mio canone morale che mi impone di finire sempre un libro che ho iniziato.
Oppure leggetelo, ma solo E SOLTANTO nel caso in cui… siate degli amanti del fantasy metropolitano. O meglio ancora, siate dei fanatici dei giochi di ruolo ad ambientazione urbana. Con un tocco splatter. Ecco, allora sicuramente lo adorerete.
Poche righe di trama… le notti di Denver sono dominate da un sadico gioco di ruolo (il gioco delle lingue) e da una nuova droga, il Pallido. Il protagonista, Phineas Poe, deve districarsi tra vecchi amici e cattive abitudini, tenendo a bada il suo alter ego Ray Fine, che lo trascina nel gioco. Ma tra dolce tortura orgasmica e omicidio brutale, il passo è breve. Le persone iniziano a morire per davvero. E a quel punto, bisogna scoprire un modo per uscire dalla propria casta, dal proprio personaggio. Dal gioco. Ma Teseo, detto Il Guanto, non sembra essere d'accordo…
In conclusione… Baer si pone degli obiettivi piuttosto ambiziosi, cita spesso James Joyce, Vladimir Nabokov e Fritz Lang. Ma anche restando nell'ambito del fanta-fiction, il libro non sfiora nemmeno da lontano la sconcertante paranoia dei romanzi di Philip K. Dick. Né le geniali invenzioni linguistiche di Anthony Burgess (le caste di giocatori, ovvero Fred, Alitatori, Tremolanti, Marinai e Redentori non hanno nessuna parentela con Alex e i suoi Drughi). C'è una costante indecisione tra un mondo artificiale che alimenta solo sé stesso e una follia collettiva che coinvolge la realtà quotidiana. Non pretendete sensatezza. Non aspettatevi spiegazioni o motivazioni. L'unico chiarimento che avrete sarà la ricetta del Pallido: contiene "principalmente erbe, vitamine: ginseng e gingko, diverse alghe ed essenze di varie erbe nordamericane. E, naturalmente, assenzio. Fa bene alla salute. […] C'è anche una lieve dose di ecstasy e una spruzzata di eroina sintetica".
Può bastare?
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lunedì 12 marzo 2007
PRIMAVERA INDOOR
Sembrerebbe quasi deliziosa. La primavera vista dentro casa. Se non avessi passato gli ultimi due giorni in preda all'emicrania. Se non avessi gli occhi gonfi. Se i maglioni di lana non mi pizzicassero. Se i vestiti di cotone non mi facessero starnutire. Se non sbadigliassi ogni trenta secondi. Se non avessi costantemente voglia di gelato. Se non...
Bella la primavera!
Davvero.
domenica 11 marzo 2007
CICATRICI
Se un uomo ha delle cicatrici, vuol dire che è stato da qualche parte
- La 25a ora, David Benioff -
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venerdì 9 marzo 2007
SALA D'ASPETTO
Un individuo sudaticcio si intrufola nel mio campo visivo. Mi lancia un paio di occhiate sbieche e si aggiusta nella poltroncina che si è scelto. Gira la testa di qua e di là, poi incrocia i piedi. Sbuffa rumorosamente. Afferra la camicia per i bottoni e se la stacca dalla pelle. Si accorge del mio sguardo e accenna un sorriso grassoccio.
Io agguanto una rivista dal tavolino. Ma è troppo tardi.
"Che giornata!" esclama, sventolandosi con un immaginario ventaglio.
Rispondo con un mugugno impercettibile. Poi mi tuffo in un articolo che elenca i benefici del rosso nei vegetali. Pomodori, peperoni, fragole, ribes…
"Fuori ci sono quasi venti gradi!" dichiara. Quindi estrae un fazzoletto logoro dalla tasca dei pantaloni. Con un gesto esagerato, da illusionista. "E siamo solo a marzo!" osserva, passandosi il fazzoletto appallottolato sul collo.
Abbozzo un sorriso sfibrato. Svolto alla pagina successiva, dove si esamina il colore arancione: carote, zucche, cachi, albicocche…
"Se va avanti così… chissà dove andremo a finire" mi confida con l'aria di chi la sa lunga sull'argomento. "Chissà…" ripete accentuando la sospensione. Tentando di agevolare il mio ingresso nella conversazione.
Io giro pagina imperterrita. E siamo al giallo. Limoni, peperoni, prugne, banane…
"L'hanno detto anche al telegiornale" riprende come se avesse lasciato in sospeso un concetto cruciale. "Se non si prendono provvedimenti, il mondo andrà in rovina!"
Fingo di concentrarmi sulle parole dell'articolo. Ma sento il silenzio gravare nella stanza. Come una creatura nutrita con zelo eccessivo, che sta per vomitarti addosso. Percepisco ogni rumore sopra il sussurro. Un orologio a muro che ticchetta. La ventola sul soffitto che non rinfresca. Un respiro nasale. Le pagine consunte che mi si incollano alle dita. L'attesa che diventa disagio. Dispetto. Dolore.
Sollevo lo sguardo. La camicia del tizio è chiazzata di sudore. È giallognola attorno al colletto. La sua bocca minuscola si stiracchia in un sorriso umido. Si passa il fazzoletto sui capelli radi, poi lo guarda e se lo rimette in tasca.
"Oggi fa davvero troppo caldo" ribadisce. "Non ci sono più le primavere di una volta!". Nei suoi occhi ribolle qualcosa. Un ricordo, forse. Ma evapora subito, in un battito di ciglia.
Mi ritrovo a domandarmi quale sarà il colore successivo. Viola? Verde? Rosa? Ma non riesco a voltare pagina. Sorrido stupidamente e arranco alla ricerca di qualcosa da dire. Quando ero piccola, la primavera era legata ai festeggiamenti per il compleanno di mio fratello. Si andava in gita al lago. Certe volte a Gardaland, se il tempo era buono. Nonostante il tepore dell'aria, io e Matteo indossavamo sciarpe e cappelli per salire sulle giostre. Ma gli occhi ci lacrimavano comunque. Le mani diventavano bluastre. Un po' per il freddo. Un po' per la forza con cui ci aggrappavamo alle barre di sicurezza. Mentre eravamo lassù, sospesi nell'aria, potevamo fingere di essere ancora una famiglia. Perché a quell'altezza gli sguardi astiosi tra i nostri genitori non significavano nulla. La loro insofferenza era troppo lontana per essere percepita.
Un rumore mi riporta con i piedi per terra. È apparsa una signora con i capelli biondo cenere. Si sfila la giacca marrone scuro e si accomoda su una poltrona alla mia destra. L'uomo la osserva incuriosito, mentre lei ripone gli occhiali da sole in borsa. Qualche goccia di sudore gli imperla la fronte. Lui estrae per la terza volta il fazzoletto e se lo passa con cura su tutta la faccia.
"Che giornata!" esclama sbuffando. "Oggi ci sono quasi venti gradi!"
"Mamma mia! Ha proprio ragione!" ribadisce lei. "…e siamo solo a metà marzo!" aggiunge. Ogni sua parola è accessoriata da ampi gesti delle mani.
"Eh… non ci sono più le primavere di una volta!" scandisce lui. Poi si rimette il fazzoletto in tasca. E annuisce con foga.
Io scollo i polpastrelli dalla rivista che ho sulle ginocchia. E giro pagina. Il colore successivo è il viola. Melanzane, rape, more, mirtilli…
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lunedì 5 marzo 2007
DOLCEZZE
Non sentite anche voi l'istinto di mangiare queste caramelle? Peccato siano di carta...Ma la domanda è un'altra. Sarà normale che fra decine di shopping bag io abbia scelto proprio quella a più alto contenuto calorico???
domenica 4 marzo 2007
TROPPO CAFFE'
Nel Vecchio Testamento Dio dimostra di avere un tasso di caffeina nel sangue veramente preoccupante
- Maneggiare con cura, Joe R. Lansdale -
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venerdì 2 marzo 2007
MARGHERITE
Ci sono giornate brutte e giornate pessime. Oggi non è classificabile. Il suo grado di orrore è fuori scala. Non rientra in nessuna casistica.
Innanzitutto piove. Ma non è una normale pioggia meteorologica, bensì un pioggia di tipo biblico. Di quelle che non servono ombrello e impermeabile. Ma un'arca e l'indulgenza divina.
Ovviamente, oggi ho una presentazione. Un incontro cruciale. E per 'cruciale' intendo: finalizzato-all'ottenimento-di-una-promozione-che-aspetto-da-troppo-tempo-per-considerare-l'eventualità-di-lasciarmela-soffiare-sotto-il-naso-da-quel-grandissimo-bastardo-di-Oscar-che-occupa-la-scrivania-accanto-alla-mia.
Dunque è essenziale che io arrivi prima di lui, che sia vestita meglio di lui, che sia più preparata (e questa è la parte più facile) e soprattutto che la mia presentazione sia impeccabile.
La soluzione (l'unica a cui sono riuscita a pensare, viste le previsioni meteo) è: sveglia all'alba, abbigliamento da scaricatrice di porto per il tragitto da casa mia al bagno dell'ufficio, cambio d'abito tattico, ritocco al trucco ed entrata trionfale in sala conferenze. Sbalordimento collettivo. A seguire: presentazione impeccabile e approvazione unanime.
Così, eccomi qua. Autobus stracolmo, traffico bloccato dalla pioggia. Giacca a vento, jeans infilati in un paio di stivali di gomma. Portabiti impermeabile in una mano, borsa formato maxi nell'altra. Ho due diverse combinazioni di vestiti, nel caso una si bagnasse. Nella borsa ci sono cosmetici, una piastra per capelli, una pochette più adeguata alla mia entrée, i miei appunti e il cd-rom con la presentazione. In triplice copia.
Quando scendo alla mia fermata, ho solo un ritardo di pochi secondi sulla tabella di marcia che ho approntato ieri sera. Appena iniziato il diluvio. Quindi ho tutto sotto controllo. E se la svestizione-barra-vestizione procede liscia, avrò anche il tempo per un decaffeinato alle macchinette.
Entro nel palazzo. Il custode sta ridacchiando con la giovane receptionist. Entrambi mi guardano meravigliati. Io non arrivo mai così presto. E soprattutto non in jeans. Corredati da stivali di gomma verde prato, con sopra stampate delle margherite bianche. Io sorrido e vado di filata agli ascensori. Non voglio correre il rischio che mi blocchino con qualche sciocca domanda. O con l'ultimo pettegolezzo dell'ufficio.
Arrivo al quinto piano, trafelata e umidiccia. Quando mi ritrovo davanti allo specchio del bagno, quasi non mi riconosco. I capelli sono arruffati e crespi. Ho la pelle del viso arrossata. Sono carica di borse. La giacca a vento rosa pallido ha cambiato colore, tanto è inzuppata d'acqua.
Niente panico. Ho tutto il tempo di sistemarmi. Oscar non riuscirà a battermi. Io sarò uno schianto. La mia presentazione sarà un successo. Avrò la promozione in tasca entro la pausa pranzo.
Quando dai corridoi giunge un vociare più consistente, io sono vicina alla metamorfosi completa. Capelli lisci di piastra. Trucco leggero ma convincente. Un tocco di profumo. Un'ombra di gloss. Giacca bordeaux e gonna nera. Qualche ninnolo. Calze sottili con un tenue ghirigoro. Inizio a riporre tutto il materiale in esubero che ho sparso sul ripiano dei lavandini. Nel frattempo, lancio di sfuggita un paio di occhiate soddisfatte alla me stessa nello specchio.
Mentre sto chiudendo sei diverse sfumature di ombretto nel mini beauty case, entra Lavinia. Una ragazza dell'ufficio stampa. "Caspita!" esclama. "È oggi la presentazione?". Io sorrido e annuisco. "In bocca al lupo!" mi dice entrando in uno dei cubicoli. "Grazie" rispondo. "E non dimenticarti le scarpe!" aggiunge indicando i miei piedi scalzi. Poi si chiude la porta alle spalle.
Giusto. Le scarpe. Ho portato le mie Pollini di camoscio nere. Per stare sul classico. Vado verso le borse allineate lungo la parete del bagno, alla ricerca di quella giusta. Una shopping bag leopardata, dove ho riposto le décolletée. Avvolte in due sacchetti di plastica. Per sicurezza. Ma non c'è. Faccio mente locale. Ricordo di averla appoggiata sul divano stamattina. Ma non ricordo di averla presa, quando sono uscita.
Frugo disperata tra le borse come se le scarpe potessero materializzarsi. Niente. Ho un aspetto impeccabile, esclusi i piedi. Conosco a memoria ogni virgola della mia presentazione. Devo entrare in sala conferenze tra dieci minuti. In un angolo vedo gli stivali di gomma, con le margherite bianche che sgocciolano sul pavimento.
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