venerdì 9 marzo 2007

SALA D'ASPETTO


Un individuo sudaticcio si intrufola nel mio campo visivo. Mi lancia un paio di occhiate sbieche e si aggiusta nella poltroncina che si è scelto. Gira la testa di qua e di là, poi incrocia i piedi. Sbuffa rumorosamente. Afferra la camicia per i bottoni e se la stacca dalla pelle. Si accorge del mio sguardo e accenna un sorriso grassoccio.
Io agguanto una rivista dal tavolino. Ma è troppo tardi.
"Che giornata!" esclama, sventolandosi con un immaginario ventaglio.
Rispondo con un mugugno impercettibile. Poi mi tuffo in un articolo che elenca i benefici del rosso nei vegetali. Pomodori, peperoni, fragole, ribes…
"Fuori ci sono quasi venti gradi!" dichiara. Quindi estrae un fazzoletto logoro dalla tasca dei pantaloni. Con un gesto esagerato, da illusionista. "E siamo solo a marzo!" osserva, passandosi il fazzoletto appallottolato sul collo.
Abbozzo un sorriso sfibrato. Svolto alla pagina successiva, dove si esamina il colore arancione: carote, zucche, cachi, albicocche…
"Se va avanti così… chissà dove andremo a finire" mi confida con l'aria di chi la sa lunga sull'argomento. "Chissà…" ripete accentuando la sospensione. Tentando di agevolare il mio ingresso nella conversazione.
Io giro pagina imperterrita. E siamo al giallo. Limoni, peperoni, prugne, banane…
"L'hanno detto anche al telegiornale" riprende come se avesse lasciato in sospeso un concetto cruciale. "Se non si prendono provvedimenti, il mondo andrà in rovina!"
Fingo di concentrarmi sulle parole dell'articolo. Ma sento il silenzio gravare nella stanza. Come una creatura nutrita con zelo eccessivo, che sta per vomitarti addosso. Percepisco ogni rumore sopra il sussurro. Un orologio a muro che ticchetta. La ventola sul soffitto che non rinfresca. Un respiro nasale. Le pagine consunte che mi si incollano alle dita. L'attesa che diventa disagio. Dispetto. Dolore.
Sollevo lo sguardo. La camicia del tizio è chiazzata di sudore. È giallognola attorno al colletto. La sua bocca minuscola si stiracchia in un sorriso umido. Si passa il fazzoletto sui capelli radi, poi lo guarda e se lo rimette in tasca.
"Oggi fa davvero troppo caldo" ribadisce. "Non ci sono più le primavere di una volta!". Nei suoi occhi ribolle qualcosa. Un ricordo, forse. Ma evapora subito, in un battito di ciglia.
Mi ritrovo a domandarmi quale sarà il colore successivo. Viola? Verde? Rosa? Ma non riesco a voltare pagina. Sorrido stupidamente e arranco alla ricerca di qualcosa da dire. Quando ero piccola, la primavera era legata ai festeggiamenti per il compleanno di mio fratello. Si andava in gita al lago. Certe volte a Gardaland, se il tempo era buono. Nonostante il tepore dell'aria, io e Matteo indossavamo sciarpe e cappelli per salire sulle giostre. Ma gli occhi ci lacrimavano comunque. Le mani diventavano bluastre. Un po' per il freddo. Un po' per la forza con cui ci aggrappavamo alle barre di sicurezza. Mentre eravamo lassù, sospesi nell'aria, potevamo fingere di essere ancora una famiglia. Perché a quell'altezza gli sguardi astiosi tra i nostri genitori non significavano nulla. La loro insofferenza era troppo lontana per essere percepita.
Un rumore mi riporta con i piedi per terra. È apparsa una signora con i capelli biondo cenere. Si sfila la giacca marrone scuro e si accomoda su una poltrona alla mia destra. L'uomo la osserva incuriosito, mentre lei ripone gli occhiali da sole in borsa. Qualche goccia di sudore gli imperla la fronte. Lui estrae per la terza volta il fazzoletto e se lo passa con cura su tutta la faccia.
"Che giornata!" esclama sbuffando. "Oggi ci sono quasi venti gradi!"
"Mamma mia! Ha proprio ragione!" ribadisce lei. "…e siamo solo a metà marzo!" aggiunge. Ogni sua parola è accessoriata da ampi gesti delle mani.
"Eh… non ci sono più le primavere di una volta!" scandisce lui. Poi si rimette il fazzoletto in tasca. E annuisce con foga.
Io scollo i polpastrelli dalla rivista che ho sulle ginocchia. E giro pagina. Il colore successivo è il viola. Melanzane, rape, more, mirtilli…

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