domenica 25 febbraio 2007

UN CONSIGLIO


Non si dovrebbe mai fare una cosa troppo a lungo


- I racconti di Nick Adams, Ernest Hemingway -

venerdì 23 febbraio 2007

AL BUIO


"Tu sei completamente pazza!" mi urla Barbara. Ho paura per lo stato delle sue corde vocali.
"Grazie per l'appoggio" dico. Diverse persone dei tavoli accanto conoscono la sua opinione. Almeno in cinque distolgono prontamente lo sguardo quando intercettano il mio. Fingono di bere il caffé.
"Ti impedisco di farlo!" prosegue. Sventola un dito accusatore troppo vicino alla mia faccia.
Mi ritraggo d'istinto come se dovessi schivare un pugno. È uno di quei momenti in cui l'amicizia mi sembra un cappio penzolante. Una trave, una grossa corda e una cantina buia. Se adesso sorridessi, sarebbe come infilarci dentro la testa.
"Io ci vado" dichiaro. Le mie parole sono uno spiffero gelido alla base del collo. Vedo Barbara rabbrividire.
"Ma perché?" chiede stringendosi nella giacca di velluto.
"Perché sono curiosa". Forse sarebbe più corretto dire intrigata, ma preferisco tenerlo per me.
"Potrebbe essere pericoloso!" esclama. Il tono è di quelli che sottintendono: possibile che tu sia così stupida da non capirlo?
"Da quando in qua è pericoloso avere un appuntamento?". La mia domanda è impiastricciata del sarcasmo che non so più contenere. Una melassa che riempie gli spazi vuoti.
"Da quando non conosci il tizio con cui devi uscire!". Barbara intinge il suo ridicolo punto esclamativo nella mia stessa melassa. Ma fa un pasticcio e sbrodola dappertutto.
"Io lo conosco benissimo!". Siamo rivali in una guerra appiccicosa che ci imbratta le labbra.
"Sai solo quello che ti ha raccontato!" dice con una smorfia disgustata. "Potrebbero essere tutte balle!"
"Michele non mi ha mentito" ribatto. Ho voglia di silenzio. Ho voglia di stare al buio, nel silenzio di una stanza illuminata solo da un monitor. Avere Barbara che impegna il mio sguardo è un supplizio.
"Potrebbe essere uno psicopatico serial killer cannibale…" blatera.
Io fisso i movimenti della sua bocca. Sprazzi di oscurità mi schizzano l'anima. "Hai visto Il silenzio degli innocenti di recente?" le chiedo.
"…potrebbe essere un maniaco!" insiste. "Non puoi fidarti! Magari non si chiama Michele, non è un architetto e non ha i capelli scuri! Che ne sai?"
"Ho visto delle foto…"
"Potrebbero essere le foto di suo cugino!"
"Perché avrebbe dovuto inviarmi le foto di suo cugino?"
"Perché magari lui è un cesso!". Le persone che adesso fanno finta di non guardare nella nostra direzione sono una decina.
"Ne dubito" sussurro. Una scossa di eccitazione mi striscia dentro. Lui è Dark_Mick. Io sono Fake_Blonde. Conosco ogni suo sporco dettaglio. Ci rincorriamo in rete da mesi. Ha i capelli scuri. Da piccolo voleva fare il meccanico. Ha un fratello minore. Gli piacciono i Red Hot Chili Peppers. Non è uno psicopatico. Ha tre anni più di me.
"Tu sei fuori di testa!" mi urla Barbara. "Non posso lasciartelo fare! No! Non posso!" e intanto scuote i riccioli di qua e di là. "Ti impedisco di andare a questo stupido appuntamento!"
"Ormai ho deciso" dichiaro. E su di noi cala un'oscurità densa. Dolce ma stucchevole. Collosa e agghiacciante. Se non urlo è solo perché finalmente hanno tutti smesso di fissarci.

giovedì 22 febbraio 2007

CAOS CONTROLLATO


...lo so che potrebbe sembrare una confusione spaventosa, ma quello che vedete qui a lato è solo un esempio di "caos controllato".
Perchè l'ordine eccessivo mi mette a disagio, mentre il disordine generalizzato mi innervosisce. Dunque, la (mia) soluzione è questa strana forma di caos, che nasconde in sè delle regole ben precise.
In questo modo, so sempre dove sono le mie cose e mi sento totalamente rilassata... e inoltre, non conosco un altro modo per avere tutto ciò di cui ho bisogno (o potrei avere bisogno) a portata di mano!

sabato 17 febbraio 2007

I RICORDI


Vi sono strade dentro di noi su cui l'erba del tempo non può crescere alta. La forza dei ricordi è una falce speciale che taglia i tristi fieni dell'oblio

- Il volo della martora, Mauro Corona -

venerdì 16 febbraio 2007

GLI ORECCHINI


Era il 1989. Forse era il giorno di Pasqua, ma questo non è importante.
Quel giorno del 1989, una ragazzina di quindici anni si era addobbata per la festa. Un vestito nuovo, le sue prime scarpe blu con il tacco. E un paio di orecchini bellissimi. Scintillanti di bigiotteria. Pesanti da strappare le orecchie.
Quel giorno del 1989 era una bella giornata di sole. La ragazzina gongolava. Sprizzava narcisismo. Tutta impegnata a stare in equilibrio sulle scarpe. Tutta presa dall'impazienza di dimostrare qualcosa al mondo. Qualsiasi cosa.
Quella quindicenne era talmente indaffarata a destreggiarsi tra amici e potenziali corteggiatori, da non prestare troppa attenzione alle sue mosse. E così, un giorno di sole del 1989, era andata a cozzare contro qualcuno. Si era voltata per le scuse di rito e si era trovata faccia a faccia con una sconosciuta. Una ragazza di cinque anni più vecchia.
Per qualche istante, nessuna delle due aveva detto nulla. Si erano fissate, indecise. Poi, quell'altra aveva detto:
- Togliti immediatamente i miei orecchini!
Entrambe indossavano lo stesso identico paio di orecchini. Sembrava quasi uno scherzo.

Era il 1989. Forse era il giorno di Pasqua. C'era un sole splendente. Di certo nessuno lo immaginava, ma quel giorno era nata un'amicizia. Per caso. Anzi, per colpa di un paio di orecchini.
Le due ragazze avevano cominciato a frequentarsi. Inizialmente la ragazzina era intimorita, perché l'altra sapeva fare un sacco di cose per lei impensabili. Sapeva truccarsi senza sembrare una maschera di carnevale. Sapeva mettersi il rossetto senza avere davanti uno specchio. Sapeva come trattare con i ragazzi. E poi aveva una minuscola borsetta da cui estraeva di tutto. Lacca per capelli, carte da gioco, sigarette, almeno tre diversi rossetti, profumo, libri, cipria…
Le due ragazze avevano imparato a conoscersi. Avevano passato notti intere a parlare. Avevano riso fino allo sfinimento. Avevano pianto fino al midollo. Avevano condiviso ogni dettaglio delle loro vite. Avevano fatto progetti per il futuro. Avevano combattuto insieme contro il resto del mondo. Avevano raccolto l'una i pezzi dell'altra, i rispettivi cuori spezzati. Avevano difeso fianco a fianco le loro anime inquiete.

Attraverso gli anni molte cose erano cambiate. Fidanzati. Mode. Lavori. Manie. Ma l'amicizia resisteva, saldamente incastonata tra le pietre di quel famoso paio di orecchini. Le due si erano scambiate libri. Avevano guardato decine di film. Si erano ingozzate di schifezze. Avevano fatto shopping. Avevano visitato mostre. Avevano trascorso certe serate senza dire una parola. E altre ancora a discutere del mondo... delle sue brutture e delle sue meraviglie.

Oggi quella ragazzina ha trentatre anni. E ha perduto per sempre la sua amica. Lei se n'è andata da trecentosessantacinque giorni. In un posto migliore, dicono.
Ora quella ragazzina cresciuta è rimasta sola a presidiare la fortezza. Con una foiba in mezzo al cuore. Aggrappata disperatamente a un paio di orecchini. Vecchi di quasi diciotto anni. Ma che ancora scintillano e spezzano le orecchie.

giovedì 15 febbraio 2007

UNA RAGIONE DI VITA


C'è qualcosa dentro ogni uomo che lo spinge ad andare avanti anche quando non ha più nessun motivo per farlo. La vita non lo interessa più e sa che alla vita non importa un accidente di lui, e sa che sarà sempre così. Tuttavia non riesce a smettere. Qualcosa continua a pungolarlo, a sussurrargli in un orecchio… facendolo sperare anche di fronte a una situazione disperata. Facendogli credere che c'è ancora una ragione per restare nella mischia e stringere i denti, e che se lotterà abbastanza a lungo finirà con lo scoprirla

- Prima dell'alba, Jim Thompson -

mercoledì 14 febbraio 2007

UN ANNO FA...


Ecco dov'ero e cosa facevo esattamente un anno fa...

Mi trovavo alla Libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires a Milano per presentare il mio primo libro...

"LE RAGAZZE SINGLE NON PARLANO AL PLURALE" (Meridiano Zero, 2006)...





E se qualcuno se lo stesse chiedendo, sulla maglietta fucsia c'è scritto: GOOD GIRLS DON'T CHEAT... mi sembrava decisamente appropriata all'occasione!








PS: per le foto, grazie di cuore a Nancy...



domenica 11 febbraio 2007

I FERRI DEL MESTIERE


A certi scrittori basta una semplice matita... io invece ho bisogno di penne colorate, pennarelli, matite, evidenziatori, colla, gomme, scolorina, pastelli e così via... e non solo!

venerdì 9 febbraio 2007

I TRENTENNI


Ho trent'anni. Ho cinque anni di troppo per mentire a me stesso e chiamarlo onore

- Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald -

AMNESIA. O FORSE NO


"Che cos'è che ti fa male, con esattezza?" mi interroga Sabrina. La sua domanda è irritante.
"Le cellule" rispondo sarcastica senza guardarla in faccia. "Tutte quante".
"Non capisco cosa vuoi dire" mi dice dopo una breve pausa, nella quale ha davvero pensato al senso delle mie parole.
"Benvenuta nel club!" mi lascio sfuggire.
"Continuo a non capire". Anche quel suo tono da mamma premurosa è irritante. Mi fa pensare a un pericolo imminente. Un macigno in bilico sulla mia testa, per esempio.
"Spesso nemmeno io capisco cosa voglio dire". Vorrei riuscire a ruotare lo sguardo verso l'alto, ma è un desiderio che si assopisce troppo in fretta.
Sabrina non reagisce. Sento il rumore delle rotelline, nel suo cervello. Sta decidendo se rimproverarmi oppure compatirmi. O forse no. Forse è tutto sbagliato.
Ieri sera non sarei dovuta uscire. Questa è l'unica certezza che ho. Tutto il resto è… fumoso. Annebbiato. Speravo che la nebbia si sarebbe dissolta con le prime luci del giorno. Speravo che dissolvendosi mi avrebbe lasciato un nitido quadro della situazione. Invece quando ho aperto gli occhi non ricordavo neppure il mio nome. Né per quale motivo sentissi il bisogno di urlare.
La sola cosa che visualizzo ora è uno strappo nel mio vestito verde acqua. Non rammento cosa l'abbia provocato. Però lo indosso da ieri e forse non è normale. Di solito non vado a dormire senza levarmi i vestiti. Nemmeno quando sono ubriaca. Deve essere accaduto qualcosa di bizzarro. Ma forse no. C'è una gran confusione. Se solo le orecchie non mi amplificassero ogni minimo rumore di fondo, sarebbe già un passo avanti.
"Vuoi un altro caffé?" domanda Sabrina.
Certo, se lei la smettesse di parlarmi. Anche questo sarebbe un passo avanti. E poi perché ha detto 'un altro caffé'? Annuso l'aria.
"Voglio un altro cervello" rispondo in tono astioso. Tra tutte le cose che stamattina non mi sono chiare, c'è anche il mio atteggiamento. Io non sono mai astiosa. O almeno mi sembra. Potrei sbagliare. Ho ricordato il mio nome solo da qualche minuto.
"Se preferisci, posso farti un tè" insiste Sabrina. Per la prima volta da quando è entrata nella mia stanza, alzo lo sguardo su di lei. La vista della sua faccia mi provoca un conato. E questo sì che è strano. Sono schifata dalla mia migliore amica. Vorrei schiaffeggiarla. Farle del male. Vorrei che se ne andasse prima che sia troppo tardi. Non mi piace la sensazione.
"No, grazie". Il mio tono è diventato gentile. Suadente. Ma allo stesso tempo trattenuto.
"Sei sicura?" mi chiede. Appoggia una mano sulla mia gamba, ma immediatamente la ritrae. Come se io fossi incandescente. "Sei sicura?" ripete senza motivo.
"Sì. Sono sicura" le dico. La mia voce è ferma. Senza nubi. Anche la nebbia si sta diradando. Lentamente.
"Ok. Come vuoi". La mamma premurosa è diventata una bambina beccata con le dita sporche di marmellata.
"Dov'è Andrea?" chiedo senza riflettere. Non sono certa di avere bisogno della sua risposta.
Sabrina scatta in piedi, come se anche il mio letto fosse arroventato. Poi abbassa lo sguardo e farfuglia un "Non lo so". O qualcosa che gli somiglia.
"Davvero?" dico a voce bassa. Non so nemmeno se sia una vera domanda. Ho un ginocchio sbucciato. Solo adesso mi accorgo del dolore. Ieri sera sono caduta. Non inciampata per sbaglio. Ma caduta, mentre correvo. Scappavo. È così che mi sono strappata il vestito verde acqua. Non so altro.
"Cosa?" chiede e incrocia le braccia sullo stomaco. Sabrina è agitata. Ma almeno lei non ha addosso i vestiti di ieri sera. Lei si è cambiata. Ieri sera aveva un paio di jeans aderenti, con ricami di cristalli lungo i fianchi. L'ultima volta che li ho visti erano avvinghiati attorno ad Andrea. Non è stata una serata divertente, adesso che me la ricordo.

martedì 6 febbraio 2007

IL MIO MOTTO


Ecco ciò che si legge accanto alla mia scrivania... perchè a ben pensare, non è tanto difficile entrare nel "panni" di un'altra persona, ma è molto più complesso ed intimo entrare nelle sue scarpe!

Ecco la didascalia delle mie giornate...

Ecco il mio motto personale...

lunedì 5 febbraio 2007

GLI SCRITTORI


A mio parere, gli scrittori – come gli insonni – sono facili agli incidenti. Ossessionati dal calcolo delle sfortune e delle occasioni perdute, inclini a rielaborare di continuo i propri pensieri e, di conseguenza, restii ad abbandonare un argomento anche quando vengono esortati ripetutamente a lasciar correre

- Wonder Boys, Michael Chabon -

venerdì 2 febbraio 2007

PER UN PAIO DI JEANS IN PIU'


Il peso della valigia mi trancia le dita. Ci sono tre scalini e nessuno si offre di aiutarmi.
Ho portato troppa roba. Ci ho combattuto per un bel pezzo, ieri sera. Poi, per disperazione, ho rinunciato ai jeans. Erano l'unico indumento comodo, a parte il pigiama. Adesso vorrei non averlo fatto, perché un paio di jeans non è niente. Ma può salvarti una serata.
Non c'è di peggio che partire per un weekend. Preferirei abitare all'ottavo piano senza ascensore. Preferirei giocarmi il tacco in un tombino. Preferirei sminuzzare un chilo di cipolle. Piuttosto che preparare la valigia per un solo weekend.
Perché allontanarsi due giorni è peggio che farsi una vacanza di due settimane. Perché certi oggetti li hai comunque bisogno. Lo spazzolino e il dentifricio. Lo shampoo e il deodorante. Il beauty case e il pigiama. Il balsamo e l'asciugacapelli. L'idratante e il sapone. Queste cose ti servono. A prescindere dalla durata del viaggio. Ed è una fregatura!
Se aggiungi anche una coinquilina che cerca di aiutarti, allora sei nei guai. Fino al collo.
"Hai portato una gonna corta?" mi aveva chiesto brusca. Mentre tentavo di districarmi fra un paio di collant verde bosco e un altro verde pisello.
"Sì" avevo risposto, pigiando entrambi i verdi in un anfratto. Con un movimento rapido e colpevole, quasi fosse un crimine non sapersi decidere tra due sfumature.
"Quale hai portato?" aveva insistito Robby. "Quella rossa?"
Io avevo osservato la protuberanza di vestiti e oggetti. Strabordare dalla valigia. Come un insulto alla mia abilità organizzativa. "No, quella nera" e poi avevo desiderato piangere. Lo sapevo bene: avrei dovuto rinunciare a qualcosa. E qualunque cosa avessi sacrificato, me ne sarei pentita. Ci avrei pensato per tutto il weekend. Sarebbe stato il mio chiodo fisso.
"Che fai?" mi aveva domandato allarmata. Appena le mie mani si erano immerse nel torbido caos del bagaglio.
"Tolgo un paio di jeans" e avevo tentato di sfilarli da sotto. Senza rovinare quel complicato groviglio di cose. Cose che mi dovevano bastare per due giorni interi.
"Cosa fai?" e per poco non mi aveva tranciato le dita. Serrando a tradimento la valigia.
"Se non tolgo qualcosa non riuscirò mai a chiuderla" avevo spiegato, passandomi le mani ancora integre fra i capelli.
"Ma non puoi rinunciare ai jeans" aveva detto calma, come se fossi una bambina irragionevole.
"Sono la cosa più voluminosa" le avevo precisato.
"Ma ti serviranno!" aveva protestato.
"Ne ho sempre un altro paio" avevo puntualizzato, più a me stessa che a lei.
"Ma un paio solo non basta!" aveva strillato. "Si può sporcare. O bagnare. Lo sanno tutti che un paio solo non basta!"
"Me lo farò bastare" avevo tagliato corto. Gettando il jeans superfluo in un angolo dell'armadio. La protuberanza della valigia sembrava identica a prima, ma io sapevo che non lo era. "Me lo farò bastare!" avevo ripetuto con meno convinzione, ma con un bel punto esclamativo.
Oltrepassati i tre gradini della carrozza 5, il peggio è fatto. Mi trascino a fatica verso il mio posto. Il 32. Le mani mi fanno male. Ho perso la sensibilità in un paio di dita. La valigia sballotta. Forse un paio di jeans in più ci sarebbe stato. Quanto spazio potrà mai occupare?
"Vuole una mano?" mi domanda un ragazzino dall'aria secchiona. "Con la valigia…" specifica ai miei occhi strabuzzati.
"Grazie" dico io.
La sua maglietta si solleva e lascia intravedere gli addominali. Sembra che non gli costi alcuna fatica, mentre io sono tormentata dai crampi. Sì, un paio di jeans in più non sarebbe stato un problema. Questo ragazzino non se ne sarebbe neppure accorto.
Mi lascio cadere sul 32. Il mio weekend è appena iniziato. Chiudo gli occhi e respiro a fondo. Mi vengono in mente almeno cinque occasioni in cui quel paio di jeans in più mi avrebbe fatto comodo. E il treno non ha ancora lasciato la stazione.