venerdì 9 febbraio 2007

AMNESIA. O FORSE NO


"Che cos'è che ti fa male, con esattezza?" mi interroga Sabrina. La sua domanda è irritante.
"Le cellule" rispondo sarcastica senza guardarla in faccia. "Tutte quante".
"Non capisco cosa vuoi dire" mi dice dopo una breve pausa, nella quale ha davvero pensato al senso delle mie parole.
"Benvenuta nel club!" mi lascio sfuggire.
"Continuo a non capire". Anche quel suo tono da mamma premurosa è irritante. Mi fa pensare a un pericolo imminente. Un macigno in bilico sulla mia testa, per esempio.
"Spesso nemmeno io capisco cosa voglio dire". Vorrei riuscire a ruotare lo sguardo verso l'alto, ma è un desiderio che si assopisce troppo in fretta.
Sabrina non reagisce. Sento il rumore delle rotelline, nel suo cervello. Sta decidendo se rimproverarmi oppure compatirmi. O forse no. Forse è tutto sbagliato.
Ieri sera non sarei dovuta uscire. Questa è l'unica certezza che ho. Tutto il resto è… fumoso. Annebbiato. Speravo che la nebbia si sarebbe dissolta con le prime luci del giorno. Speravo che dissolvendosi mi avrebbe lasciato un nitido quadro della situazione. Invece quando ho aperto gli occhi non ricordavo neppure il mio nome. Né per quale motivo sentissi il bisogno di urlare.
La sola cosa che visualizzo ora è uno strappo nel mio vestito verde acqua. Non rammento cosa l'abbia provocato. Però lo indosso da ieri e forse non è normale. Di solito non vado a dormire senza levarmi i vestiti. Nemmeno quando sono ubriaca. Deve essere accaduto qualcosa di bizzarro. Ma forse no. C'è una gran confusione. Se solo le orecchie non mi amplificassero ogni minimo rumore di fondo, sarebbe già un passo avanti.
"Vuoi un altro caffé?" domanda Sabrina.
Certo, se lei la smettesse di parlarmi. Anche questo sarebbe un passo avanti. E poi perché ha detto 'un altro caffé'? Annuso l'aria.
"Voglio un altro cervello" rispondo in tono astioso. Tra tutte le cose che stamattina non mi sono chiare, c'è anche il mio atteggiamento. Io non sono mai astiosa. O almeno mi sembra. Potrei sbagliare. Ho ricordato il mio nome solo da qualche minuto.
"Se preferisci, posso farti un tè" insiste Sabrina. Per la prima volta da quando è entrata nella mia stanza, alzo lo sguardo su di lei. La vista della sua faccia mi provoca un conato. E questo sì che è strano. Sono schifata dalla mia migliore amica. Vorrei schiaffeggiarla. Farle del male. Vorrei che se ne andasse prima che sia troppo tardi. Non mi piace la sensazione.
"No, grazie". Il mio tono è diventato gentile. Suadente. Ma allo stesso tempo trattenuto.
"Sei sicura?" mi chiede. Appoggia una mano sulla mia gamba, ma immediatamente la ritrae. Come se io fossi incandescente. "Sei sicura?" ripete senza motivo.
"Sì. Sono sicura" le dico. La mia voce è ferma. Senza nubi. Anche la nebbia si sta diradando. Lentamente.
"Ok. Come vuoi". La mamma premurosa è diventata una bambina beccata con le dita sporche di marmellata.
"Dov'è Andrea?" chiedo senza riflettere. Non sono certa di avere bisogno della sua risposta.
Sabrina scatta in piedi, come se anche il mio letto fosse arroventato. Poi abbassa lo sguardo e farfuglia un "Non lo so". O qualcosa che gli somiglia.
"Davvero?" dico a voce bassa. Non so nemmeno se sia una vera domanda. Ho un ginocchio sbucciato. Solo adesso mi accorgo del dolore. Ieri sera sono caduta. Non inciampata per sbaglio. Ma caduta, mentre correvo. Scappavo. È così che mi sono strappata il vestito verde acqua. Non so altro.
"Cosa?" chiede e incrocia le braccia sullo stomaco. Sabrina è agitata. Ma almeno lei non ha addosso i vestiti di ieri sera. Lei si è cambiata. Ieri sera aveva un paio di jeans aderenti, con ricami di cristalli lungo i fianchi. L'ultima volta che li ho visti erano avvinghiati attorno ad Andrea. Non è stata una serata divertente, adesso che me la ricordo.

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