giovedì 8 novembre 2007
IL SIGNOR CURATO DI MÉGÈRE
¨ "Un delitto" di Georges Bernanos (Oscar Mondadori, 1984)
Io l'ho letto perché… quando andavo al liceo, la mia insegnante (per la quale avevo un'ammirazione smisurata) ce l'aveva consigliato. Io l'avevo cercato, ma all'epoca era fuori catalogo. Diversi anni più tardi (1993), l'avevo scovato per caso tra le bancarelle di un mercato. L'avevo comprato e letto, senza però trovarlo niente di speciale. Tempo fa mi è ricapitato tra le mani e mi è venuta voglia di rileggerlo. Adesso ho capito per quale motivo ci era stato consigliato. Adesso ne ho apprezzato la sottile malinconia, le atmosfere promiscue e l'inquietudine di fondo.
Voi leggetelo perché… è un libro giallo atipico. Dove niente e nessuno è ciò che sembra. Dove il poliziesco si fonde con la suggestione. Non è uno di quei leziosi romanzi francesi che non riesco mai a finire, che si smarriscono nelle parole altisonanti ed inutili. Questo libro, scritto nel 1935 da Georges Bernanos, è un esercizio investigativo. Non si rivela che l'essenziale… e alle volte neppure quello. Bisogna metterci del proprio per arrivare a capo della soluzione… e all'ultima pagina non si è neppure certi di averla trovata.
Oppure NON leggetelo, ma solo E SOLTANTO nel caso in cui… non amiate le storie di delitti insospettabili, avvenuti nottetempo in minuscoli paesi di montagna dimenticati da Dio. Storie nelle quali tutti sembrano innocenti solo perché nessuno riesce ad immaginarli colpevoli. Se non gradite le vicende di stampo twinpeaksiano, con il medico, l'ispettore, il curato, il matto del villaggio, la perpetua, la ricca vedova, il chierichetto, la servetta e la governante… ecco, allora sì: lasciate perdere.
Poche righe di trama… la storia è ambientata a Mégère, un piccolo paese di montagna. Durante una gelida notte ventosa, si presenta alla porta della canonica il nuovo curato, a sostituire il precedente defunto. Quella stessa notte vengono scoperti ben due cadaveri: un vagabondo senza nome abbandonato a morire nel bosco e un'anziana vedova uccisa nella sua camera al castello del villaggio. I delitti sono collegati? Si iniziano le indagini, ma la verità stenta a venire a galla. Pare che tutti abbiano qualcosa da nascondere, compreso il nuovo curato… un prete troppo giovane, troppo affascinante e troppo misterioso. "[La perpetua] non avrebbe dimenticato mai più quel sorriso che così rapidamente aveva conquistato il suo cuore e guadagnato la sua fedeltà per sempre. Ebbe forse fin da quel momento il presentimento che egli sarebbe stato la consolazione della sua ultima ora, la visione suprema che avrebbe portato con sé da questo mondo dove la sua semplicità non si era mai stupita di nulla?". A condurre le investigazioni giunge il magistrato Frescheville, un uomo stanco e disilluso, che al momento buono si lascia sfuggire la soluzione tra le dita, anche lui vittima della malia per il nuovo curato: "Era impossibile evocare la persona stessa del prete senza che un'altra ombra intervenisse immediatamente e quasi vi si sovrapponesse esattamente, pur rimanendo distinta e purtroppo vaga. Dal primo momento il piccolo giudice aveva sofferto di quel bizzarro disagio, ma solo ora riusciva a spiegarsene la causa. Nonostante la sua simpatia verso quello strano prete, una parte del suo essere gli sfuggiva sempre, al punto che le loro stesse conversazioni gli lasciavano solo un'impressione confusa, come se fra le domande e le risposte venisse a frapporsi un testimonio invisibile che conducesse per sé solo un monologo misterioso".
In conclusione… Bernanos mette insieme per "Un delitto" un'indimenticabile compagnia di personaggi, mescola il sacro e il profano, fonde la realtà con le supposizioni. L'autore fornisce tutte le carte, senza però rivelare il suo gioco fino in fondo. Ogni volta che ci pare di aver afferrato il bandolo, ecco che arriva un inaspettato colpo di scena… e le carte si rimescolano, costringendoci a ricominciare tutto daccapo. Fino al doloroso e straziante epilogo, che dipinge un alone di amarezza attorno all'intera vicenda: "Pochi uomini sanno sognare. Sognare, è mentire a sé stessi, e per mentire a sé stessi bisogna prima imparare a mentire a tutti gli altri".
Può bastare?
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