giovedì 23 agosto 2007
TI POSSO FARE UNA DOMANDA?
"Ti posso fare una domanda?" mi chiede Samuel abbassando lo sguardo.
Siamo nella sua macchina, a fari spenti, davanti a casa mia. È molto tardi, ma non ho sonno. È una settimana che io e lui ci corriamo dietro, ma la situazione non si sblocca. Ogni sillaba, ogni gesto è impregnato di una tensione che non riesco più a sopportare.
Per esempio. Adesso lui sta ostinatamente fissando il cambio automatico. Mentre io sto tentando senza successo di guardarlo negli occhi. Niente da fare.
"Certo" gli rispondo con la voce più melliflua che riesco a mettere insieme.
Non credo di averlo convinto. Perché lo vedo dibattersi sul sedile, come se scottasse. Oppure fosse pieno di spilloni acuminati. Vorrei allungare una mano sul suo braccio e sorridergli. Poi dirgli che va tutto bene, che può rilassarsi. Che non ho intenzione di morderlo. Non ancora. Non stasera. Non in macchina, davanti a casa mia.
Samuel ruota leggermente il busto verso di me. Poi si mette a stuzzicare un pacchetto di caramelle nel vano portaoggetti tra i nostri due sedili. Per un attimo mi incanto ad osservare le sue dita. Aprire e chiudere la chiusura a scatto. Quando si ferma, cerco subito i suoi occhi. Mi stava guardando, chissà da quanto. Gli confeziono un bel sorriso meccanico, ma lui resta impassibile.
"È una domanda un po' personale…" dice con l'intonazione di qualcuno che si sta scusando.
"Va bene" lo rassicuro, "chiedi pure". Ma tutto questo tira e molla mi sta esasperando. La mia voce non suona incoraggiante, ma piuttosto impaziente. Aggiungo un altro sorriso in automatico, ma tanto Samuel non mi sta più guardando.
Le sue dita hanno ricominciato ad aprire e chiudere il pacchetto di caramelle. Tic tac. Un rumore secco e ripetitivo che sembra amplificarsi tra i sedili. I miei occhi sono rapiti dal movimento del piccolo coperchio. Tic tac. Ancora qualche secondo e glielo strappo dalle mani.
Mi accorgo che il respiro mi si è fatto affannoso. Distolgo lo sguardo e cerco qualcos'altro da fissare. Magari oltre il vetro. Fuori, nel buio della notte. Sul muretto del mio vicino c'è appollaiato un gatto grigio. Non credo abbia un vero nome. Tutti lo chiamano "micio". Ha due occhi furbi, ma non è più molto agile. Lo vedo in giro da una vita. Nel mondo dei gatti, credo sia centenario o giù di lì.
Le mie riflessioni su Micio sono interrotte da Samuel che si schiarisce appena la voce. Forse è pronto per farmi la famosa domanda. Io sono pronta.
"Ma tu…" fa un grande respiro e poi conclude la frase: "…in che rapporti sei rimasta con Michele?"
I muscoli facciali mi si bloccano per la sorpresa. Ed è un bene, così riesco a dissimulare il mio disappunto.
Michele? Il mio fidanzato storico? Quello che si è fatto un braccialetto con i frammenti del mio cuore? Quello che ogni volta che lo vedo mi si piegano le ginocchia anche se non vorrei? Stiamo parlando di quel Michele lì?!
Perfetto. Immagino che anche stasera non si andrà da nessuna parte. Ce ne staremo qui, ognuno sul suo sedile. Io a parlare del mio ex e lui a fare tic tac con un pacchetto di caramelle. Se almeno me ne offrisse una…
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